Templari

IL MISTERO DEI TEMPLARI

Dunque, come si legge nella storia, i nove cavalieri arrivano a Gerusalemme. Essi sono indipendenti e diventano immediatamente oggetto di una particolare benevo- lenza da parte del Re, che offre loro parte del suo palazzo e fa allontanare i canonici del Santo Sepolcro.
Ben presto, essendosi trasferiti i re francesi nella cittadella della torre di David, tutto il TEMPLUM SALOMONIS è lasciato alla residenza dei nove cavalieri.
Tutto avviene come se si fosse voluto assegnare loro questo luogo, ed unicamente a loro perché ivi restassero soli. Lo storico Guillaume de Tyr è esplicito a questo ri- guardo: per nove anni essi rifiutarono ogni compagnia, ogni reclutamento, eccetto – e la cosa è da mettere in evidenza – verso il 1225, un nuovo cavaliere, Hugues, conte di Champagne, che abbandonò la sua contea, ripudiò moglie e figlio per raggiungerli. Uno dei più grandi signori di Francia che va a salvaguardare le strade e le comunica- zioni ?
Appare evidente – e questo salta agli occhi meno avveduti – che questi nove, poi dieci cava- lieri, non sono andati là semplicemente per salvaguardare le strade.

Allora … questa missione ne maschera un’altra ?
Forse l’altra missione si effettua nello stesso Tempio di Salomone che tutti hanno sgombrato per lasciare a loro l’intera fruizione. I nove cavalieri formano quello che ai nostri giorni si chiamerebbe un “commando” in missione.

Ed essi sono stati mandati là ?
Il patriarca di Gerusalemme aveva ricevuto tra le sue mani i voti dei nove cavalieri: di
povertà, di castità, di obbedienza. Obbedienza a chi o a che cosa ?
I monaci obbediscono ad una regola, a un superiore; ma nel 1123, Hugues de Payns, su un atto, firma ancora come un laico.
Non si tratta dunque di obbedire ad una regola che non esiste ancora.
I nove non sono ufficialmente religiosi.

Né si fa al re voto di obbedienza, ma giuramento di fedeltà. Allora ?
Sappiamo che, nei privilegi dell’Ordine di Citeaux, v’è una formula di giuramento dei Cavalieri del Tempio (che, d’altra parte, sembra che sia quella dei Cavalieri affiliati):

Io giuro di consacrare i miei discorsi, le mie forze e la mia vita per difendere la fede nell’unità di Dio e nei misteri della Fede; io prometto di essere sottomesso e obbediente a Grande Signo- re dell’Ordine; quando i Saraceni invaderanno le terre dei Cristiani, traverserò i mari per li- berare i miei fratelli; darò l’aiuto del mio braccio alla Chiesa e ai Re contro i Principi infede- li; finché i miei nemici non saranno che tre contro di me io li combatterò e non mi darò mai al- la fuga; da solo li combatterò se sono miscredenti.

Perché questo brano nei privilegi dell’Ordine cistercense ?
Sappiamo, altresì, che una parte della formula che doveva pronunciare il Signore o Priore della provincia del Portogallo (conservata in un manoscritto della provincia di Alcozaba), recita:

Io … Cavaliere dell’Ordine del Tempio, e recentemente eletto signore dei Cavalieri che sono in Portogallo, prometto di essere sottomesso al Signore generale dell’Ordine secondo gli sta- tuti che ci sono stati prescritti da Nostro Padre San Bernardo… e che non rifiuterò ai Monaci, specialmente ai monaci di Citeaux e ai loro abati, come se fossero nostri fratelli e compagni, nessun soccorso…

Il testo è chiaro:

…ai monaci … di Citeaux e ai loro abati come se fossero nostri fratelli e nostri compagni.

Il termine: “ fratello ” si potrebbe, equivocando, attribuirlo, per la sua estensione semantica, a tutta la gente monacale, ma nessun equivoco può essere fatto, invece, sul termine: “ compagno ”. Sono quelli che mangiano lo stesso pane, che vanno in com- pagnia, che si dedicano allo stesso lavoro.

Sappiamo inoltre che nell’aprile del 1310, al tempo del processo dei Templari, Fratel- lo Aymery, della diocesi di Limoges, depose davanti ai procuratori pontificali, in no- me dei Templari, detenuti nell’abbazia di Sainte Geneviève, con una difesa in forma di preghiera, che nello stesso tempo è una professione di fede e una rievocazione del- le opere dell’Ordine. Vi si legge (egli si rivolgeva a Dio):

“… Il Tuo Ordine, quello del Tempio, è stato fondato in Concilio generale per l’Onore della Santa e Gloriosa Vergine Maria, Tua Madre, dal Beato Bernardo, Tuo Santo Confesso oltre, scelto per questo servigio dalla Santa Romana Chiesa. È lui che con altri uomini virtuosi lo ha ammaestrato e gli ha affidato la sua missione ”;

e poi ancora rivolgendosi alla Vergine:

Santa Maria, Madre di Dio… difendete la vostra religione (si legga il vostro Ordine), che è stata fondata dal vostro santo e caro confessore, il beato Bernardo…

Allora: 1) il loro patrono è San Bernardo, 2) il voto di obbedienza è l’investitura ufficiale; dunque il voto d’obbedienza era a lui indirizzata.
Essi non sono inventori del loro destino, ma obbediscono a degli ordini.

A sostegno di ciò, ci sono molte coincidenze1 che confermano indirettamente e potrebbe, a buon diritto, far la funzione di prova indiretta.

1 Hugues de Payns, vassallo del conte di Champagne e parente di Bernardo, abitava molto vicino all’abbazia cistercense di Clair- vaux, il cui abate era San Bernardo (Sarebbe inverosimile che Bernardo, consigliere se non “direttore” di tutta la nobiltà di Champagne, non l’abbia conosciuto).
André de Montbard è zio di San Bernardo, il fratello di sua madre, Aleth de Montbard. Non si sa quale sia l’influenza che eser- citava l’abate sulla sua famiglia, è difficilmente ammissibile, però, che André non abbia almeno sollecitato il parere di Bernar- do, col quale d’altra parte fu in rapporti epistolari … e rivolgendosi a lui come al suo diretto superiore.
Più tardi è il vero e proprio sovrano di Clairvaux, il donatore delle terre abbaziali, che raggiungerà i cavalieri in Terra Santa… Gli altri cavalieri conosciuti sono fiamminghi. Ora alla morte del re di Gerusalemme, Baldovino I, la sovranità era stata propo- sta a suo fratello Eustache de Boulogne. Questi si mise in viaggio ma, recatosi in Puglia, venne a sapere che suo cugino il conte di Edessa si era già fatto incoronare; egli allora ritornò indietro lasciando ai suoi cavalieri licenza di continuare il loro viaggioltre mare. La strada dalle Fiandre verso l’Italia passa per la Champagne; è dunque normale che Eustache di Boulogne abbia preso contatto con il sovrano di cui attraversava le terre: il conte di Champagne, Hugues, il futuro Templare che, d’altra parte, rientrava dalla Terra Santa; e parimenti con la personalità religiosa più ragguardevole d’Occidente: Bernardo de Clairvaux. Tut- to, lo si vede, converge verso il santo abate, più o meno per tramite del conte di Champagne, la cui figura abbastanza misteriosa appare collegata molto da vicino con l’origine della storia.
Ritengo molto probabile, dal momento che anche la logica lo vuole, che i tre cavalieri fiamminghi: Godefry de Saint-Omer, Pa- yen de Montdidier e Archambaud de Saint-Amand facessero parte della scorta di Eustache de Boulogne e che almeno i due ca- valieri dello Champagne, Hu
gues de Payns e André de Montbard, mandati in missione da San Bernardo, si unissero a questa scorta.
Questo presuppone che Eustache de Boulogne fosse, bene o male, al corrente della missione devoluta ai nobili dello Champagne e, se si riflette, è perfettamente normale: Eustache partiva per essere re di Gerusalemme e si trovava dunque nella condizione di essere l’uomo che aveva più possibilità di aiutarli in questa missione. Quando, recatosi in Puglia, venne a sapere che il trono era già stato occupato da suo cugino, prese la decisione di non continuare il suo viaggio, lasciò che alcuni dei suoi cavalieri si incorporassero nella missione di Hugues dePayns, per aiutare questa missione presso il nuovo re, Baldovino II, ugualmente fiammingo, e del quale senza dubbio erano parenti.

A volte ho l’impressione che tutto questo sia stato narrato sotto il velo dell’allegoria, come nei romanzi della Tavola rotonda, almeno negli episodi che riguardano la con- quista del Santo Graal, dove si vede Lancillotto scoprire il Castello Avventuroso, in cui si trova il calice sacro, senza poterlo raggiungere; Galaad giungervi, e Perceval u- tilizzare il Graal.
Dunque Bernard de Clairvaux ha mandato a Gerusalemme Hugues de Payns, e suo zio, André de Montbard; Eustache de Boulogne si è separato dai suoi cavalieri e Hu- gues de Champagne, nel 1125, ha abbandonato la sua contea (che era quasi un regno).
Tutti cavalieri scelti, coraggiosi e ben addestrati alle armi che però non si batteranno. Essi non devono mettere a repentaglio la loro vita, ma:
– rimanere puri e casti dunque non sottomessi alle passioni, perché nulla li deve de-
viare dal loro lavoro;
– rimanere poveri, senza possessi personali. Non è dunque possibile comperarli.
– assolutamente obbedire. La missione prima di tutto. Perché degli uomini acconsen-
tano a tali sacrifici2, bisogna che il loro compito sia ben alto e grande.
La premura che si è avuta nel cedere loro il Tempio di Salomone indica, abbastanza chiaramente, che è questo il luogo in cui si trova la chiave dell’enigma. Altrimenti apparirebbe inverosimile che si sia abbandonato a nove cavalieri un luogo in cui di- moravano, contemporaneamente, il Re, la sua casa e i canonici del Santo Sepolcro.
E se questi nove cavalieri hanno voluto abitare soli, è intuibile, necessariamente, che avessero un’attività segreta nel Tempio e non sulle strade.
Certamente cercavano qualche cosa nascosta; proprio lì dove bellamente abitavano indisturbati da occhi indiscreti. Qualcosa che poi avrebbero dovuto portar via; qual- che cosa di particolarmente importante, dal momento che erano necessari dei cavalie- ri d’armi; qualche cosa di particolarmente sacro, dal momento che erano necessari uomini che fossero al di sopra delle passioni umane; qualche cosa di particolarmente prezioso e pericoloso, dal momento che bisognava mantenere un segreto assoluto.

Quale oggetto poteva essere così importante, così sacro, così prezioso ,così pericolo- so, … che era rimasto lì nascosto nonostante la distruzione ed i ripetuti saccheggi del Tempio ?
Partiamo dalla costruzione del tempio (vedi 1 Re 6, 1-38; 7, 15-22):

Infine veniva il luogo santissimo, largo dieci metri come il tempio e profondo dieci. Per il suo ri- vestimento furono usate più di venti tonnellate d’oro. Più di mezzo chilo d’oro fu necessario per rivestire i chiodi. Anche i soffitti furono rivestiti d’oro. Salomone fece inoltre costruire due cheru- bini di metallo fuso, rivestiti d’oro, per il luogo santissimo. Da un’estremità all’altra i cherubini con le ali spiegate misuravano dieci metri. L’ala esterna di ogni cherubino era lunga due metri e mezzo e toccava la parete, le due ali interne, anch’esse lunghe due metri e mezzo, si toccavano tra loro alle estremità. I cherubini erano raffigurati in piedi e guardavano verso l’ingresso. Vi era anche una tenda di lino, colorata di violetto, di porpora e di cremisi con figure di cherubini. Da- vanti al tempio Salomone fece innalzare due colonne, di quasi diciassette metri e mezzo, ciascuna con un capitello di quasi due metri e mezzo. Fece costruire catene, decorate con cento melagrane, da appendere all’alto delle colonne. Le due colonne si trovavano l’una a destra e l’altra a sinistra davanti al tempio. Quella di destra era chiamata Iachin (Dio è fondamento) e quella di sinistra Boaz (in Dio è forza).

Quando Salomone ebbe finito tutti i lavori per il tempio, fece trasportare lì quel che suo padre Davide aveva destinato al culto: l’argento, l’oro, e gli oggetti d’ogni genere, e li mise nel tesoro del tempio. Quindi convocò tutte le autorità d’Israele, i capi delle tribù e delle famiglie degli Israeliti (vedi 1 Re 8, 1-13):

Si doveva infatti trasportare l’arca dell’alleanza del Signore dalla Città di Davide, chiamata an- che Sion, al tempio.
Tutti gli Israeliti si riunirono in presenza del re per la festa che si celebra nel settimo mese. Quando le autorità d’Israele furono presenti, i leviti sollevarono l’arca, e i sacerdoti leviti la tra- sportarono fino al tempio, con la tenda dell’incontro e con i suoi oggetti sacri. Il re Salomone e l’assemblea degli Israeliti si riunirono davanti all’arca e offrirono in sacrificio un numero incal- colabile di pecore e buoi. Quindi i sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore, nel santuario del tempio, nel Luogo santissimo, e la collocarono sotto le ali dei cherubini. Le ali a- perte dei cherubini, infatti, coprivano l’arca e le stanghe che servivano a trasportarla. Esse erano molto lunghe. Chi stava nel luogo santo poteva vederne sporgere le estremità dall’arca, ma da al- tri punti non si vedevano. Ancor oggi tutto è come allora. L’arca conteneva solo le due tavole che Mosè vi aveva messo al monte Oreb. Erano le tavole dell’alleanza stabilita dal Signore con il popolo d’Israele quando uscì dall’Egitto. I sacerdoti uscirono dal luogo santissimo. Tutti, senza di- stinzione di classi, avevano compiuto il rito della purificazione. I leviti cantori, Asaf, Eman e Idu- tun con i loro figli e parenti, erano vestiti di lino fine. Stavano in piedi, a oriente dell’altare, con i cembali, le arpe e le cetre. Vicino a loro stavano centoventi sacerdoti con le loro trombe. A un certo punto suonatori e cantori si unirono nel canto di lode al Signore. Risuonò, accompagnato dalle trombe, dai cembali e dagli altri strumenti, il canto: “ Lodate il Signore, egli è buono, eter- no è il suo amore per noi ”. In quel momento la nube del Signore riempì il tempio. I sacerdoti non pote- rono continuare le loro funzioni, perché la presenza gloriosa del Signore riempiva il tempi.

La Bibbia narra di due Arche distinte: “L’Arca” di Noè e “L’arca dell’Alleanza”3 o “Arca del Signore” e relativamente alla seconda è scritto (Esodo 25, 10-22).
Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai in- torno un bordo d’oro. Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca con esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì. Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò. Farai il coperchio, o propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. Fà un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. Porrai il coperchio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò. Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due che- rubini che saranno sull’arca della Testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo agli Israeliti.

Ma sappiamo anche che:

  1. Nel L’anno quinto del regno di Roboamo (925 a.C.) Sesac, Re d’Egitto marciò contro Geru- salemme (…) e portò via i tesori del tempio del Signore. Portò via ogni cosa, anche gli scudi d’oro lasciati da Salomon;
  2. che Gioas, Re d’Israele, tra il 797 e il 767 a.C. Prese tutto l’oro, l’argento e tutti gli oggetti che si trovavano nel tempio del Signore e se ne tornò a Samaria;
  3. che nel 586 a.C. il tempio venne completamente distrutto da Nabucodonosor II.

Dunque ben poco oro poteva essere rimasto dopo oltre 1.500 anni di storia e tre sac- cheggi.
Ma sappiamo altresì che sotto il tempio, Salomone ordinò di scavare una caverna sotterranea dove ripose, secondo la tradizione, una copia di tutti gli oggetti preziosi collocati nel Tempio.
Ora sembrerebbe più logico che nella “cripta” – che nell’iconografia rappre- senta proprio il tempio di Salomone (foto dal Santuario Monte Nebo – Giordania) – in realtà ci fossero le cose più preziose.
Nella tradizione iniziatica (XIII° grado – ARCO REALE) è scritto:

Siete pronto a discendere nelle viscere della terra per cercarvi un tesoro ?

Il Tempio fu costruito sul monte Moriah, ritenuto essere lo stesso monte di JAHVEH dove Enoch aveva scavato una cripta costituita da nove volte sovrapposte ( proprio l’Arco Reale ) nelle quali conservare segreti ed oggetti di grande valore.
La leggenda dice che nella volta inferiore, il Nono Arco, Enoch mise una pietra cubi- ca, conosciuta come la Pietra della Fondazione, sopra cui mise una placca d’oro triangolare, su cui era inciso il Tetragramma, l’ineffabile nome della Divinità ” יהךה “ “Jehova” (“la Parola perduta”)
Informato da Dio che il mondo stava per essere distrutto dal diluvio e poi dal fuoco, Enoch eresse due steli sul monte, una di pietra, per resistere all’acqua, l’altra di mat- toni per resistere al fuoco. Sui pilastri egli scrisse tutte le scienze e le arti conosciu- te dall’uomo, in modo che la loro conoscenza potesse sopravvivere alla distruzione. Nei pilastri scrisse anche informazioni per ritrovare la cripta, dove erano conservate informazioni supplementari.
Dunque, secondo la leggenda nella cripta sotto l’ultimo arco era custodita la conoscenza Ma torniamo all’Arca.
Dunque cosa c’era all’interno della così preziosa Arca ?
Anche l’Arca fu costruita per ordine del Signore (Es. 25,10-21), trasmesso a Mosè e realizzata da Besalel (Es. 37,1-10) ciò avvenne ai piedi del Monte Horeb dove il Patriarca aveva ricevuto le tavole della “Legge” (Torah)4.
L’Arca è un cofano di legno resinoso ricoperto di due lastre d’oro, all’interno e all’esterno, che proteggono il suo contenuto e se stesso. Esso di fatto sarebbe un con- densatore di elettricità statica, con quattro antenne metalliche (i “cherubini”) sufficiente per fulminare un uomo; come accadde a quel povero Uzza che, un giorno, volle toc- care l’Arca.
In ogni caso è sufficiente a dare una forte scossa.
La bibbia ci dice che all’interno dell’Arca ci sono: LE TAVOLE DELLA LEGGE, IL BASTONE DI ARONNE ed IL VASO DI MANNA.
Ma che cosa sono o che rappresentano questi tre oggetti ?
Dal Libro dell’Esodo: 23 “ (31-38):

Quando ebbe terminato di parlare con Mosè, sulla montagna del Sinai, l’Eterno gli consegnò le due tavole della Testimonianza, Tavole di pietra scritte dalla mano di Dio.

Tavole che Mosè depose nell’Arca.
Tavole che nemmeno i Leviti (le sue guardie) potevano vedere. Solo al Grande Sacerdo- te, Salomone permetteva l’accesso una sola volta all’anno,
Ma che cosa è questa Legge così preziosa ?
Secondo taluni rappresenta i dieci comandamenti, la legge di Mosè; dunque non un
segreto, anzi al contrario il contenuto è scritto, proclamato, insegnato a tutti. Ma allora che senso ha nasconderle ?
È scritto che la potenza promessa ad Israele proviene da queste tavole: allora, sono regole, oppure sono un talismano o sono un mezzo di potenza.
Dice l’Eterno, nella Genesi:

Ho fatto tutto con Numero, con Misura e con Peso.

Possedere le Tavole della Legge potrebbe significare avere la facoltà di accesso alla conoscenza della grande Legge, d’unità che regge i mondi, la possibilità di risalire dagli effetti alle cause e, conseguentemente, di agire sui fenomeni che generano le cause diversificandosi verso la pluralità ?
Certo è che Mosè non avrebbe ingannato il suo popolo quando gli prometteva, in no- me dell’Eterno, potenza e dominazione per mezzo delle Tavole della Legge.
Ma è naturale che Mosè volesse dare la possibilità di utilizzare lo strumento di poten- za solo a quelli che ne avevano acquistato la dignità.
È forse per questo che egli non solo vietò l’accesso alle Tavole; ed ammettendo che un uomo fosse riuscito a superare la triplice difesa dei Leviti armati, delle difese segrete e dell’Arca elettrificata, per utilizzare le Tavole avrebbe dovuto essere stato iniziato alla loro lettura.
Questa iniziazione, Mosè la dà in un commentario in lingua semitica e in una scrittura che forse inventa lui stesso. E questa scrittura criptica è ottenuta mediante un sistema numerico che più tardi sarà chiamato “ Kabala ”.
Certo è che il segreto dell’Arca è ben custodito.
Apriamo una parentesi … e torniamo per un attimo all’Ordine e al tema di oggi: per- ché i nove cavalieri partirono alla volta di Gerusalemme. Sulla scorta di quanto sin qui è stato detto, forse possono darci una prima risposta i seguenti fatti:
1) a quel tempo l’abate di Citeaux Etienne Harding, Sant’Etienne (ricordate l’Ordine di Citeaux ed il giuramento) – sebbene il suo ordine fosse contemplativo – impegna, con tanto ardore, tutta la sua abbazia allo studio dei testi ebraici, con l’aiuto dei saggi rabbini dell’Alta Borgogna,
2) San Bernardo fa espressamente un viaggio, oltre il Reno, per andare a calmare il fu- rore antisemita dei Transrenani che organizzavano sanguinosi “pogroms”5.

Perché tanto interesse dei cristiani al mondo ebraico ?
Forse perché i testi ebraici sono il Trattato di lettura della Pietra ed i Giudei sono i
depositari di questo Trattato.
Chiudiamo questa breve parentesi e torniamo alla Legge.
Da dove viene ?
È Dio che la scrisse di suo Pugno sulla Pietra; “dal diritto e dal rovescio.”
Un miracolo! Ma il miracolo è il nome che danno gli uomini a quello che supera il lo- ro intendimento; o che si vuol far loro credere.
Chiamare in causa Dio per un miracolo, è volerlo assoggettare all’idea che si fanno gli uomini delle leggi che reggono il mondo; e ciò non significa portare Dio nel nostro tempo e nel nostro spazio ? non significherebbe ricondurlo sul piano umano ?
tutto si materializza tramite l’umano.
Per concludere, forse sulle Tavole della Legge è riportato il Numero ( per richia- mare ciò che è scritto nella Genesi ) o, meglio, una formula criptata che potrebbe spiegar- ci, ciò che anche gli alchimisti hanno sempre cercato.
L’elemento primario da cui può derivare il tutto.
Oltre alla Tavole nell’Arca sarebbe stato riposto anche il Bastone di Aronne, il ba- stone vivente.
Forse un’unità di misura ?
Il terzo oggetto è il Vaso di Manna
Senza dubbio è un’unità di peso come la manna contenuta in un vaso anch’esso posto da Mosè nell’Arca:

Mosè disse ad Aronne: “ Prendi un’urna, mettici un omer dì manna e colloca quest’urna davanti all’Eterno affinché sia conservata di generazione in generazione…

E l’omer6 è la decima parte dell’epha (altra unità di misura).
Ora ricordiamo di nuovo ciò che è scritto nella Genesi:

Ho fatto tutto con Numero, con Misura e con Peso

A questo punto ritornando al tema trattato, un’altra domanda rimane senza risposta:
al tempo delle Crociate, l’Arca era ancora nei sotterranei del Tempio di Salomone ?
L’esistenza dell’Arca, nei sotterranei del Tempio di Salomone, è una realtà che di- scende dalla storia stessa dell’Arca. Questa storia è scritta nell’Antico Testamento, da Mosè sino a Salomone, poi scomparsa negli scritti, salvo in quelli apocrifi.
Sotto la guida di Mosè, severamente custodita, l’Arca seguì o precedette il popolo, dal deserto del Sinai a Horma, al paese di Moab, al paese di Galaad. Dopo la morte di Mosè, sotto la guida di Giosuè, essa passò in Giordania ed entrò in Palestina dove se- guì le vicende delle lotte. Sembra che sia rimasta a Silo abbastanza a lungo. Ai tempi di Samuele, i Filistei sconfissero Israele e l’Arca di Dio fu presa e portata a Ashod, nel tempio di Dagon dove causò alcuni danni, in particolare provocando agli abitanti della città “le emorroidi” (forse problemi emofilici ai quali forse non era estranea un’azione radioatti- va; azione forse provocata dalla manna ).
Da Ashod, sempre in possesso dei Filistei, l’Arca fu trasportata a Gath, poi a Ekron, sempre provocando gli stessi danni sugli abitanti di quei luoghi.
L’Arca si difende da sola, spiegazione non del tutto scientifica nel senso attuale del termine; ma bisogna ben credere che l’avessero fornita di qualche magica difesa.
Alla fine, spaventati, i Filistei la restituirono agli Israeliti che la trasportarono a Kir- jath-Jearim, da dove David la fece trasportare a Gerusalemme, nella sua dimora di Sion. Salomone la trasportò poi nella cripta, nel Santo dei Santi del Tempio che fece costruire.
Dopo il Libro di Giosuè, si fa scarsa menzione dell’Arca, se non come un oggetto sa- cro, un “portafortuna”, di cui gli scrittori ignorano o vogliono fingere di ignorare il profondo valore.
Solo David le attribuisce qualche importanza, oltre che venerazione (sembra pure che David, vincitore delle potenze materiali in personificate da Golia, sia stato istruito nella Kabala ed abbia tentato di accostarsi alla scienza scritta nella pietra).
Egli è, in ogni caso, un geomante piuttosto esperto nel fissare il luogo del futuro tem- pio; che non poté realizzare, essendo stato uomo di guerra, ma per il quale veniva raccogliendo i materiali necessari. Questa costruzione doveva essere l’opera precipua di Salomone.
Salomone è l’uomo della pace; è un saggio; è un forte; è un iniziato. È scritto nel libro dei Re:

(I, 4-29) Dio diede a Salomone la saggezza, una grandissima intelligenza, un’estensione di mente vasta come la sabbia che è sulla riva del mare. (30) La saggezza di Salomone superava la saggezza di tutti gli orientali e tutta la saggezza degli Egiziani. (31) Era più saggio di ogni altro uomo…

E questo uomo, così saggio, costruì il Tempio.

O più esattamente, lo fece costruire perché non aveva a sua disposizione un popolo di costruttori e soprattutto di costruttori religiosi, iniziati. Per questo è obbligato a rivol- gersi a Hiram, re di Tiro:

Io mi propongo dunque di fabbricare una casa a gloria del Nome dell’Eterno

, gli scrisse ( “In nomini Dei da gloriam”, diranno gli altri).

Tuttavia è lui, Salomone che fornirà il piano; il che presuppone, tra le altre conoscen- ze, quella delle proporzioni cosmiche e della misura-campione.
Ma Salomone è saggio, cioè, dotto in scienza occulta. Egli può leggere le sacre Scrit- ture; egli possiede la chiave della decifrazione della Legge (kabalista); egli possiede le Tavole della Legge; egli possiede il bastone-misura di Aronne.
E fa il piano del Tempio. Sembra che Salomone, nuovo Mosè, abbia parimenti com- posto un nuovo “commentario”alle Tavole della Legge; commentario, evidentemente scritto in termini criptici che era, allo stesso tempo, il suo “testamento” di adepto: Il Cantico dei Cantici.
Si servì per questo di un tema antico, egiziano, che era considerato uno scritto di al- tissimo valore iniziatico; e, se questo canto d’amore, apparentemente profano, fu in- trodotto tra i libri sacri, non è certamente senza ragione …
Come non furono senza ragione quei cento e venti sermoni che gli consacrò san Ber- nardo …
Bell’argomento di letteratura sacra, in verità, per dei monaci biancovestiti, quello di questo libro, guarnito di immagini erotiche, ma il cui primo verso afferma e denuncia il suo contenuto ermetico:

Sono nera ma bella, ragazze di Gerusalemme!

Ma l’alchimia e l’architettura sacra paiono inseparabili …
Non introducendo nelle sue discipline il lavoro materiale, tranne quello agricolo, for- se Mosè volle riservare ad Israele il semplice ruolo di custode dell’Arca; ma, checché ne sia, grazie a Hiram-Abi, il Fenicio, capace di utilizzare la “vecchia misura”, il Tempio fu costruito.
La tradizione iniziatica della “magia manuale” dei costruttori, arrivava senza dubbio ai Fenici dai costruttori dei templi egiziani. Probabilmente sono loro che la tramandarono ai Greci e, attraverso questi, giunse al nostro Occidente medievale …
I compagni costruttori di ponti e di chiese si riallacciano volentieri a questa tradizione dei “ figli di Abiram ”.
Appena costruito il Tempio, Salomone fece mettere l’Arca nel Santo dei Santi. L’ultima menzione “diretta” fatta dell’Arca, nei libri sacri, si trova nel libro dei Re:

(I, 8-12) Allora Salomone disse: L’Eterno ha dichiarato che avrebbe abitato nell’oscurità. Io ho terminato di costruire una casa che sarà la Tua residenza, Dio, una dimora dove Tu abiterai eternamente.

Dopo questa non si trova più nessuna menzione, nei libri storici, dell’Arca, restano solo leggende.

Ora, è sicuro che l’Arca era stata sotterrata. E Salomone non ha forse detto che sareb- be rimasta nell’oscurità ? E questo non poteva essere il caso del Santo dei Santi.
Vi è ancora un’altra prova di questo seppellimento. I rabbini avevano l’usanza (dopo la distruzione del Tempio) di rinchiudere il cibo delle offerte nell’armadio dove si conservavano i rotoli della Thora. Questi cibi provocarono commenti ironici e l’autorità rabbinica pubblicò parecchi decreti per porre fine a questa interpretazione abusiva dei testi; ma cosa bisognava farne di tutte le derrate alimentari che erano state in contatto coi libri sacri ?
Non si poteva gettarle nell’immondizia; esse dovevano finire in un ghènizah (ci- mitero delle cose sacre). Si ricordò, a questo riguardo, un’antica tradizione:

Quando l’Arca dell’Alleanza fu seppellita si portò al ghénizah il recipiente che conteneva la manna, perché era stato a contatto con le Tavole della Legge.

Dunque l’Arca fu sotterrata. Anche se non è stato Salomone a farlo, è certo che in Gerusalemme assediata l’Arca fosse il primo oggetto che doveva essere sottratto ai possibili vincitori.
Si ritrova menzione dell’Arca nel Documento di Damasco7 che risale al primo secolo dell’era cristiana:

Ma David non aveva potuto leggere nel libro della Legge, sigillato, che si trovava nell’Arca; e questa non e stata aperta ad Israele dopo la morte di Eliezer, di Giosuè e del Salvatore. E come i venerabili che sacrificarono ad Astarte si erano resi impuri, essa fu nascosta fino a quando non arrivò Çaddoq” 8

Penso che sia più verosimile che le Tavole della Legge, utilizzate da Salomone, nel momento in cui dovevano esserlo, furono poi rimesse in cripta, in attesa che il “designato” la ritrovi.

Perché, dice il Cantico dei Cantici:
Non svegliate, oh! non svegliate la Diletta
che all’ora scelta da Lei.

Non si può scartare a priori la possibilità che l’Arca sia stata scoperta dagli Arabi quando presero Gerusalemme. Se menzione ne era stata fatta negli scritti mussulma- ni, probabilmente non era che sotto una forma allegorica. Questa potrebbe essere la spiegazione della venerazione che professano le leggende mussulmane per Suleiman ben Daoud (Salomone figlio di Davide); come pure la spiegazione dell’erezione della moschea El Aksa nello stesso luogo dove sorgeva il Tempio. Questo potrebbe spiega- re l’accanimento che ebbero i giudei e i mussulmani riuniti, nel difendere, al tempo della presa della città da parte dei crociati, il Masjidel-Aksa. E questo spiegherebbe anche la civilizzazione mussulmana …
Non si cerca, con questa difesa disperata, di guadagnare il tempo necessario per mare il camuffamento del nascondiglio nel quale si trova
sotterrata l’Arca ?
Ben prima delle Crociate, una leggenda correva per l’Occidente, a proposito di un misterioso prete Gianni9, quasi immortale, che avrebbe fondato un regno cristiano in qualche parte, verso Oriente, e che avrebbe dovuto sia il suo successo che la sua longevità al possesso dell’Arca d’Alleanza.
Per tutto il Medioevo, ci furono uomini che andarono alla
scoperta di questo regno misterioso di cui si ignorava
l’esatta posizione geografica dal momento che lo si situava in Persia, in India e perfino in Cina. Lo stesso San Luigi inviò degli ambasciatori che non fecero mai ritorno. È probabile che questo misterio- so regno fosse l’Abissinia dove la leggenda situava l’Arca, rubata dal figlio di Salo- mone, e forse i copti d’Egitto avevano sparso la voce che l’Arca vi fosse realmente, copia o originale.
Evidentemente, quello che interessava l’Occidente in questo regno del prete Gianni, era l’Arca, fonte di ogni potenza; perché, se i saggi dei monasteri avevano qualche cognizione su quello che erano l’Arca e il suo contenuto, è probabile che i laici, dal re al popolo, la considerassero come uno straordinario talismano di ricchezza e di po- tenza, dimenticando quello che di essa aveva detto San Paolo:

La Legge non ha che l’ombra dei beni futuri, non la forma reale delle cose.
(Epistola agli Ebrei, 16,1).

Ma saggi e uomini del volgo erano talmente convinti del suo valore che ci si può domandare se i Crociati non fossero stati emotivamente caricati per la sua conquista.

I Templari, hanno trovato l’Arca ?
Si capirà che non si può dare una risposta assolutamente sicura a questa doman- da e che non vi possono essere prove assolute. La missione era segreta come segreto è rimasto il suo risultato: sia che sia stato un insuccesso o un successo.
Ma vi sono delle ipotesi, e in tale quantità, che possono a buon diritto comportare al- meno una certezza morale. Citiamo dapprima, per richiamarla alla memoria, la tradi- zione orale che fa dei Cavalieri del Tempio i detentori delle Tavole della Legge le quali avrebbero procurato loro potenza e iniziazione.
Più probante è il ritorno dei nove cavalieri nel 1128 ed il ritorno è storicamente pro- vato. San Bernardo stesso in modo molto esplicito riconosce, nei preliminari della re- gola che impone all’Ordine del Tempio, sia di aver richiamato i cavalieri, sia che la loro missione è stata portata a termine. Questi preliminari cominciano così:

Bene ha operato Damedieu ( Dominus Deus, o la Madonna? ) con noi e il Nostro Salvatore Gesù Cristo; che ha chiamato i suoi amici della Santa
Città di Gerusalemme nella Marca di Francia e di Borgogna…

I Cavalieri sono stati chiamati nella marca di Francia e di Borgogna, cioè nella Champagne, sotto la protezione del conte di Champagne, là dove si poteva prendere ogni precauzione contro ogni tipo di ingerenza sia dei poteri pubblici che di quelli ec- clesiastici; là dove, in quell’epoca si poteva meglio mantenere un segreto, una guar- dia o un nascondiglio.
È lecito pensare che se i Cavalieri si sono spostati così numerosi è perché scortavano qualche cosa che doveva essere scortata e custodita, qualche cosa di particolarmente prezioso.
Maggior convinzione alle mie idee ho trovato in un viaggio a
NOTRE-DAME DE CHARTRES
Giunti sulla piazza della cattedrale mi balza all’occhio l’insegna di in bar
“LA REINE DE SABA” ?
Con questo in mente comincio la visita alla cattedrale, cominciando dalla parte ester- na a Nord; la parte “buia” della costruzione dove è rappresentata la storia e la conoscenza .


Tre porte s’affacciano sul lat NORD:
la PORTA DELL’INCARNAZIONE:
dove sono le statue di Daniele, Arch. Garbriele, dell’Annunciazione, di Maria e di Elisabetta e di Malachia la

PORTA DELLA VENUTA DAL CIELO Con
Cristo benedicente al centro


Sul Timpano Giacobbe e sopra di lui Satana che gli procura ferite (le sofferenze della vita) ai piedi la moglie lo incita a maledire Dio e tre amici accorrono per consolarlo, ma sono senza voce e per 7 giorni e 7 notti rimango- no per assisterlo

“LA FEDE” lo assiste!

Sull’architrave la Saggezza

Salomone ordina ad uno dei suoi servi di cedere la sua spada alle due donne che si contendono il bambino. Ciascuna dice di essere la madre.
Allora Salomone ordina di uccidere il bambino con la spada. ….

(a dx della porta: del suo cammino)
Balaam (con la sua sasinella), Salomone (con l’iniziato che si toglie la spina dal piede prima

la Regina di Saba  al centro (sotto lo schiavo negro).

Seguendo lo sguardo della Regina di Saba ci spostiamo sul lato opposto del colonnato dove è raffigurata l’Arca dell’Alleanza.

 

 

 

Questo portale è detto anche “degli Iniziati”,


Nella due colonnette scolpite in ri- lievo, delle quali una reca l’immagi- ne del trasporto dell’Arca per mezzo di una coppia di buoi, con l’iscri- zione: Archa cederis; l’altra, l’Arca che un uomo ricopre con un velo, o afferra con un velo, vicino a un am- masso di cadaveri tra i quali si di- stingue un cavaliere in cotta di ma- glie; il commento è:
Hic amititur Archa cederis (amititur verosimilmente per amittitur).
Un acuto latinista quale Eugene Canseliet scrive a questo proposito: “Le leggende appaiono molto poco chiarificatrici: Archa cederis: “Tu lavorerai per l’Arca”;
Hic amittitur, archa cederis: (“qui, si afferma, tu lavorerai per l’Arca ”)
Le scene rappresentate sono evidentemente bibliche. Si ritrova il trasporto dell’Arca e la sua perdita al tempo della battaglia contro i Filistei. Tuttavia senza voler fare un avvicinamento forse azzardato con un eventuale trasporto dell’Arca da parte dei Templari, vorrei segnalare una bizzarria.
L’Arca rappresentata è un cofano munito di ruote, un cofano a ferrature che trascina- no direttamente i buoi, contrariamente a quello che dicono le scritture:

Collocarono l’Arca di Dio su un carro nuovo e la portarono via

Non si può trattare di una stilizzazione dell’insieme: l’Arca-carro perché nella scena d’ecatombe, l’uomo che afferra l’Arca con un velo afferra egualmente un’Arca con le ruote … Ora, si è sostenuto – e non è affatto illogico – che i quattro Keroubinn dell’Arca indicavano non dei cherubini ma delle ruote. La ruota era relativamente nuova, al tempo di Mosè. Essa non esisteva ancora al tempo della costruzione delle piramidi di Gizeh …
In ogni caso è strano che, rappresentando l’Arca, lo scultore, il fabbricante di imma- gini, come si diceva allora, che obbligatoriamente seguiva le direttive del maestro di bottega, non abbia rappresentato questi “angeli cherubini” di cui parlano le versioni cristiane delle scritture, ma proprio delle ruote fissate al corpo stesso dell’Arca. Pari- menti, nutriti delle scritture, i costruttori di cattedrali non potevano ignorare che le versioni cristiane parlano, per il trasporto dell’Arca a braccia d’uomo, di “sbarre” infilate in anelli (che non dovevano essere tolti) e non di assi; ora vi è un uomo che con la protezione di un velo solleva l’Arca a forza di braccia.
Il maestro di bottega di Chartres (chiesa – se lo fu – di congregazione e templare) avrebbe avuto delle conoscenze particolari sull’aspetto dell’Arca ?
La combinazione dell’Arca alla Regina di Saba mi fa fortemente supporre che l’Arca sia o sia stata realmente in Etiopia.
Ed i templari a Lalibella in Etiopia, passando per l’isola Elefantina, ci sono arrivati. Testimonianza di ciò sono le pitture sulle parti della cripta.
Sulla parte alta della chiesa dietro l’altare coperta perennemente coperto da un drappo rosso che il SATOR.
Più in la in un luogo inaccessibile a chi che sia con un solo guardiano che vive all’interno ci sarebbe custodita l’Arca dell’Alleanza.

Sta di fatto che la storia tramanda che Saba, regina di Axum, aveva sentito decantare la saggezza del re Salomone e volle fargli visita per mettere alla prova la sua sapienza proverbiale.
Dalla visita a Gerusalemme, avvenuta tra il 1000 ed il 950 a.C. vi è menzione nel Talmud ebraico, nella Bibbia, nel Corano ed ovviamente nel Kebra Nagast, Gloria dei re che è il libro fondamentale per la storia dell’impero degli altopiani, elaborato in E- tiopia nel XIV secolo.
La storia dice che la regina di Saba recatasi dal potente re Salomone per sottoporgli alcuni enigmi per sondare le capacità tanto decantate del sovrano, ne rimase affasci- nata.
Dall’unione del re Salomone con la regina, fu concepito Menelik, il cui significato in- trinseco è “Figlio dell’uomo saggio” che portava nel sangue le tracce di una ascendenza divina e che sarebbe stato il capostipite di una stirpe salomonica; da qui nasce il fatto che gli Etiopi siano un popolo eletto.
Menelik, cresciuto e divenuto re, fece proprio il simbolo del leone di Giuda che in- nalzò a simbolo del proprio regno. Divenuto adulto, volle far visita al presunto padre Salomone e quando fece ritorno ad Axum, trafugò o gli fu affidata, l’Arca dell’Alleanza. Essa non arrivò con Menelik ad Axum, ma impiegò qualche secolo dopo un lento peregrinare in terra d’Egitto. Questo avvenimento è ricordato con i len- ti ed esasperanti riti che la Chiesa Copta etiopica celebra in onore dell’Arca in occa- sione di Ghenna e Timkat che sono il Natale e l’Epifania del rito copto. Le feste di celebrazione di queste due ricorrenze fanno rivivere lo splendore di quelle che furono le corti di Gerusalemme ed di Axum.
L’evangelizzazione della dinastia etiopica e di tutto il popolo dell’altopiano inizia a partire dal IV secolo ad opera di Frumenzio, monaco siriano che viaggiava a bordo di una nave di ritorno dall’India, fu assalita dalla flotta Axunita. Condotto prigioniero nella capitale Axum, Frumenzio entrò nelle grazie del Negus Ella Amida e, alla morte del re, la regina lo pregò di prendersi cura del figlio Ezana, ancora in fasce. Il suo po- tere a corte e la sua ascendenza sul giovane sovrano furono grandi e ciò contribuì a portarlo a conversione, dopo essere stato nominato vescovo nel corso di un viaggio ad Alessandria d’Egitto. Abuna Salana, “Padre della pace” è il nome con cui viene ri- cordato dalla tradizione etiopica.
L’evangelizzazione degli Amhara e dei Tigrini avvenne con molta lentezza nei due secoli successivi; fu realizzata da missionari siriani, il cui atteggiamento contemplati- vo ed ascetico alimentò un forte movimento monastico, capace di costruire nel tempo una Chiesa forte e ben integrata nella vita sociale e politica del regno dell’altopiano. Questa chiesa rimase arroccata tra le montagne ed isolata dalle origini, nel cuore della marea musulmana e lontana dai centri di cultura cristiana. In questo isolamento natu- rale i copti di Etiopia sono stati capaci di affinare costumi e riti propri.
Cerimonie grandiose ed interminabili, paramenti sontuosi, tuniche sfolgoranti d’oro e di velluti, musiche e canti, il tutto collocato nel contesto di straordinarie chiese rupe- stri di Lalibella e del Tigray.
La celebrazione del Timkat, proprio a Lalibella, “la Gerusalemme d’Africa” (?), è sicu- ramente il rito più sfarzoso di tutta l’Etiopia.
Sotto la pressione musulmana, la capitale Axum fu abbandonata e Lalibella divenne la capitale tra il XII e XIII secolo. I suoi re vi fecero edificare ben undici magnifiche chiese rupestri. Il Timkat o Epifania copta è la festa del battesimo in cui i fedeli ri- cordano quello di Gesù nelle acque del fiume Giordano, in cui ciascuno rinsalda i vincoli del primo Battesimo.
Esso si celebra il 19 Gennaio, dodici giorni dopo Ghenna ovvero il Natale che corrisponde alla nostra Epifania. Durante la festa del Timkat, le processioni traslano le Tabot che sono delle tavolette in legno fatte ad immagine di quelle che dovrebbe con- tenere l’Arca dell’Alleanza. Il rito termina quando il primo raggio di sole valica le cime delle montagne ed illumina l’acqua di un pozzo a forma di croce, allora l’Abuna di Lalibella o priore, immerge una croce nell’acqua e, subito dopo, vi immerge una candela consacrata; così l’acqua è santificata. Lo stesso rito si ripete davanti ad ogni chiesa dell’altopiano.
La religione predominante è l’Ortodossa Copta ovvero Egizia; accette sono anche le altre forme Cristiane anche se quella Cattolica non è ben vista dal clero locale mentre vede in quella Evangelica, nelle diverse forme del protestantesimo qualcosa di più al- lineato con il credo Ortodosso.
La differenza principale tra la Religione Copta e le altre Cristiane, sta nel fatto che i Copti sono monofisiti10; negano cioè la doppia natura, umana e divina, di Gesù il Na- zareno.
A tal proposito ricordate il “prete Gianni”, il mitico personaggio si era definito seguace del Nestorianesimo11, condannato come eresia dal concilio di Efeso, secondo la quale le due nature di Gesù erano rigidamente separate (uomo + Dio), ed unite solo in modo morale, ma non sostanziale.
Ebbene la diffusione del nestorianesimo in oriente si inserì in una complessa lotta sia con l’ “ortodossia” (cattolici ed ortodossi), che con il monofisismo.
Nel 451, anno della morte di Nestorio, si tenne il Concilio di Calcedonia, che con- dannò sia il nestorianesimo sia il Monofisismo. Ciò nonostante dalla zona più orienta- le dell’impero continuò la propagazione del nestorianesimo.
Torniamo al nostro Studio l’ Aron haerit o Arca dell’Alleanza.

Ma alleanza con chi?

R.:L.: Resurrezione 144 all’Oriente di Civitanova. e lo spirito che la anima.

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